ESTETICA

La vecchiaia e la bruttezza sono delle malattie che le mutue non vogliono riconoscere.
Eppure giovinezza e bellezza sono un diritto di tutti.
«La vecchiaia e la bruttezza sono malattie dalle quali si può e si deve guarire».

E come non essere d’accordo con il Prof. Dott. Guido Tersilli (Primario della Clinica Villa Celeste NON convenzionata con le mutue) alias Alberto Sordi!

Da sempre, sino dall’epoca preistorica, l’uomo pone molta attenzione alla cura del proprio corpo per motivi sanitari, religiosi, socio-culturali o più semplicemente per piacere a sé e agli altri.
Molti graffiti rupestri testimoniano che il corpo delle popolazioni primitive veniva colorato, tatuato ed ornato con copricapi, collane, bracciali ed anelli.
Per gli antichi egizi il corpo era considerato sacro in quanto rappresentava “la casa dell’anima immortale”; era quindi fondamentale durante la vita terrena aver cura della propria salute e del proprio aspetto estetico affinchè questi potessero preservarsi nell’aldilà dopo la morte. Tanto importante era piacere e piacersi che la cosmesi moderna trova origine in quell’antichissima civiltà; a prova di ciò Plinio il vecchio, lo storico romano, ci tramanda che ”L’Egitto era il più grande produttore di unguenti e pomate, le sostanze più raffinate venivano dal Delta del Nilo ed erano custodite in vasetti molto belli, realizzati in alabastro, ceramica o vetro, decorati con pezzi di pietre colorate che formavano dei disegni geometrici”.
Per le civiltà greco-romane il sommo ideale al quale avrebbe dovuto attenersi qualsiasi essere umano era la “Kalokagathìa”, ossia la perfezione fisica e morale. Secondo i canoni estetici del tempo, il maschio doveva possedere un corpo atletico e tonico con spalle larghe, arti muscolosi, addominali scolpiti, vita stretta e linee del viso morbide e sottili. Indici di femminilità e fertilità erano invece dati da un corpo morbido e sinuoso, fianchi larghi, seno voluminoso e sostenuto, viso sottile, labbra carnose ed una chioma lunga ed ondulata.
Durante i secoli “bui” del Medioevo la lussuria, in contrapposizione alla temperanza, era considerata una dei sette vizi capitali; la vanità e l’ostentazione della bellezza quindi prerogative di persone scostumate e non timorate di Dio.
Dante Alighieri, nel descrivere Beatrice, ne esalta la purezza dell’anima e la sua bellezza fisica è un tutt’uno con la bellezza interiore: “Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua deven tremando muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d’umiltà vestuta; e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira, che dà per li occhi una dolcezza al core, che ‘ntender non la può chi no la prova; e par che de la sua labbia si mova uno spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: Sospira.”
Con il Rinascimento ci fu la riscoperta del mondo classico (greco-romano) e con esso si tornò a valorizzare anche la “bellezza esteriore”. Il corpo ed i suoi attributi diventarono un mezzo per esprimere le doti positive della persona. Questo sentimento “aesthetico” venne talmente esasperato che nell’arte si cercò di creare immagini fisicamente perfette, modelli di bellezza ideale, evitando la semplice rappresentazione realistica. Raffaello Sanzio in una lettera all’amico Baldassare Castiglione, dice che “per dipingere una bella donna, avrei dovuto vedere diverse belle donne … ma poiché ce ne sono così poche … faccio uso di una certa idea che mi viene in mente. Se questo conduca all’eccellenza artistica non lo so, ma io lavoro duro per realizzarla”.
Tipici esempi di bellezza rinascimentale furono il David di Michelangelo e la Venere di Botticelli. Michelangelo Gerolamo Giovannini da Firenzuola, monaco vallombrosano della Firenze di inizio 1500, nel suo trattato “Sopra la bellezza della donna” ci consegna i canoni estetici femminili ritenuti allora ideali: “la donna, per essere definita bella, deve avere: capelli folti, lunghi e di un biondo caldo che si avvicini al bruno; la pelle deve essere lucente e chiara, gli occhi scuri, grandi ed espressivi, con un tocco di azzurro nel bianco della cornea; il naso non aquilino; bocca piccola, ma carnosa; mento rotondo con la fossetta; collo tornito e piuttosto lungo; spalle larghe, petto turgido dalle linee delicate; mani grandi, grassocce e morbide; gambe lunghe e piedi piccoli”.
Corporature atletiche adatte all’arte bellica e venatoria, viso rigorosamente glabro, pizzetto, baffi, basette, capelli più o meno lunghi, parrucche o parrucchini da esibire comunque in luoghi pubblici per nascondere la calvizie furono invece i modelli maschili che vennero tramandati dal Rinascimento sino al ventesimo secolo.
I canoni di bellezza classici e rinascimentali per uomini e donne, passando per il periodo barocco, la rivoluzione francese e l’epoca vittoriana sopravvissero seppur con qualche inevitabile variazione sino al 1900.
Poi tutto cambiò ed in modo radicale. Già Mademoiselle Coco Chanel nei primi decenni del ‘900, dissacrando modelli estetici consolidatisi in tanti secoli, lanciò l’abbronzatura, il taglio corto di capelli (ardito per la donna d’allora) ed il tubino nero che necessitava di nuove siluette.
Il femminismo, nato nel secolo precedente per la legittimazione dei pari diritti di sesso, fu promotore di una nuova figura di donna sempre più emancipata ed autonoma, che ora poteva spendere tempo e denaro nella scelta (e nell’acquisto) di abiti, accessori e cosmetici.
Il divismo cinematografico e musicale, le passarelle della moda, i campioni sportivi ed i nuovi mezzi mediatici (televisione, rotocalchi, internet) iniziarono a lanciare potenti ed effimeri modelli di tendenza che si rinnovano continuamente ed il tutto in tempi rapidissimi. Pin up biondo platino, more dallo sguardo conturbante e rosse incendiarie, tutte superdotate, diventano le principali ispiratrici in termine di moda, di look, di stile di vita delle donne di ogni ceto sociale. Tra i maschi si delinea invece la figura emblematica del bel tenebroso, del duro o del seduttore con un’attenzione quasi maniacale per il proprio aspetto estetico, prerogativa fino ad allora ad appannaggio del sesso femminile. Le maggiori disponibilità economiche per il ceto medio, la globalizzazione, le sempre più innovative tecniche medico-chirurgiche ed il brand industriale supportato da pubblicità di massa consentono ad uomini e donne della nostra epoca di riprodurre quasi fedelmente i modelli presentatici.
I canoni estetici dell’epoca contemporanea sono fluidi, si rinnovano, si recuperano, si stravolgono e si contrappongono molto rapidamente, anche nell’arco di un decennio, sottoponendo coloro che li rincorrono a continue modificazioni della propria immagine.

Perché mi occupo anche di estetica?

Semplicemente perché sono un Dermatologo.
E’ vero che una parte dei dermatologi per scelta non tratta la patologia estetica e parimenti è pur vero che molti medici “non dermatologici” si sono ritagliati, più o meno legittimamente, spazi professionali sempre maggiori in quest’ambito.
Ma tralasciando la spinosa questione su chi dovrebbe o potrebbe esercitare la medicina estetica, il primo importante concetto da chiarire, quello che ha generato e che tuttora genera molta confusione, è il seguente: cosa significa “fare medicina o chirurgia estetica”.
Diverse figure professionali senza laurea in medicina e chirurgia si occupano degnamente di estetica: si pensi alle estetiste, ai parrucchieri, ai personal trainer. “Questa volta vorrei i capelli o le unghie così o cosà”, “vorrei depilare le gambe”, “vorrei tonificare i bicipiti o i glutei” sono solo alcune delle numerose richieste che tutti i giorni migliaia di validi professionisti si sentono fare dai propri clienti per migliorare il proprio aspetto fisico e renderlo più consono possibile al proprio gusto estetico. Tutti questi casi, seppur dissimili l’uno dall’altro, sono accumunati dal fatto che il professionista interviene su pelle, unghie e capelli sani. Si interviene su un substrato non patologico con modifiche a richiesta del cliente che dovrebbero essere completamente reversibili ed in linea teorica prive di rischi per la salute.
La malattia in senso generico è una condizione anomala dell’organismo che provoca o potrebbe provocare disturbi più o meno gravi al suo stato di salute e quindi se riconosciuta andrebbe curata o se possibile prevenuta.
Ora unire le parole “malattia” ed “estetica” può risultare arduo e per alcuni medici di cosiddetto “vecchio stampo” quest’accostamento è ritenuto ancor oggi offensivo per la dignità della classe medica.
L’organizzazione mondiale della sanità (OMS) però già nel 1948 definiva la salute come “uno stato di completo benessere fisico, sociale e mentale, e non soltanto l’assenza di malattia o di infermità”.
Il Medico moderno quindi dovrebbe andare oltre quelli che sono stati per millenni gli scopi della sua vocazione professionale (curare o prevenire le malattie) e cercare di promuovere uno stato di completo benessere fisico e mentale, delegando ovviamente l’aspetto sociale, per competenze, alla classe politica.
Fare perciò medicina o chirurgia estetica significa contribuire a creare uno stato di benessere fisico e mentale su specifica richiesta.
Ma ci sono delle norme etico-comportamentali dalle quali non si può transigere e che devono essere rispettate. E non mi riferisco solo al rispetto del Paziente, all’osservazione di procedure terapeutiche corrette e all’uso di strumenti adeguati. A fronte di richieste particolari da parte del Paziente, fino a che punto il Medico può spingersi?
In altri termini il Medico è tenuto ad assecondare incondizionatamente quanto a lui commissionato dato che quanto verrà effettuato avverrebbe per libera scelta del Paziente e sotto compenso?
Il Medico è tenuto ad esercitare secondo scienza e coscienza.
Riguardo l’esercizio secondo “scienza” a mio avviso non è sufficiente proporre una soluzione terapeutica solo perché è stata sperimentata, autorizzata o commercializzata da chiunque sia. Anche noi medici, nel bene e nel male, al pari dei pazienti siamo figli del nostro tempo e come tali vittime, più o meno consapevoli, del progresso che corre veloce senza guardare indietro, del fine prima del mezzo e dell’esasperato edonismo moderno. Credetemi, è molto più facile di quanto si possa pensare essere sedotti dalle prodigiose novità millantate dall’industria farmaceutica, cosmeceutica, tecnologica od essere inconsciamente condizionati dai modelli estetici proposti dagli influencer sociali. Basta togliersi il camice, aprire gli occhi, guardarsi attorno e convincersi che il mondo reale è questo qua. E sull’onda di questa positività collettiva è molto gratificante sapere di essere in grado di regalare (o meglio vendere) un sogno di bellezza e di benessere al nostro o alla nostra paziente.
Per l’autorizzazione alla vendita di molti prodotti sanitari o trattamenti cosmetici è sufficiente provarne l’assenza di tossicità, ma molti studi clinici pre-marketing relativi all’effettiva efficacia in vivo (e non solo in vitro) sono molto discutibili. Ecco quindi che esercitare la professione medica secondo scienza significa ovviamente mettere in pratica l’insegnamento ultra-millenario del “primum non nocere” (nel curare una persona per prima cosa non provocare ulteriori danni alla salute) ma anche seguire una Medicina Basata sull’Evidenza, medicina cioè basata sulle prove di effettiva efficacia.
Ed infine, rifacendomi a Socrate, c’è la “coscienza”, ossia quello che so (scienza) e quello che scelgo (etica), consapevolmente, di fare.
Ma se è vero che esiste una certa oggettività in materia di scienza (esistono studi scientifici e protocolli terapeutici ben codificati a cui attenersi), si sa che la coscienza per buona parte è soggettiva.
Pur rimanendo nei limiti del professionalmente ed eticamente lecito, quello che per me, per la mia coscienza è fattibile ovvero deplorevole non lo sarà per altri medici.
Ed in questo non mi arrogo il diritto di giudicare il modus cogitandi e operandi dei Colleghi.

Posso però dire che nella “mia” medicina estetica, per libera scelta, mi limito ad eliminare o correggere alcuni inestetismi cutanei come macchie solari o senili, cheratosi seborroiche, fibromi penduli, angiomi e capillari del viso, cicatrici, peli superflui e rughe.
Pratico inoltre la laserterapia per la rimozione di alcuni tipi di tatuaggio.
Effettuo anche filler con acido ialuronico per la correzione dei solchi naso-genieni e delle labbra (ma solo se molto sottili od asimmetriche).
Pur nutrendo il più sincero rispetto per i canoni estetici altrui, non “volumizzo” il viso e le labbra perché non mi piace alterare o sofisticare i connotati naturali dell’essere umano. E a chi me lo chiede ormai si sa, garbatamente, rispondo che non ne sono capace.